White words

«Scrivere è per me il bisogno di rivelarmi, il bisogno di risonare, non dissimile dal bisogno di respirare, di palpitare, di camminare incontro all’ignoto nelle vie della terra»
Gabriele D’Annunzio

” Di nuovo, un’amica speciale, la pagina bianca, si presenta all’appuntamento improvvisato e, ovviamente, non ne conosco mai i tempi. Mi affascina Lei. Sta lì, attende paziente all’ombra degli eventi e si palesa calda, accogliente, diafana.
Non so resisterle, sottomessa alla sua condiscendenza così come si cede all’abbraccio di una mamma, mi adagio e a Lei racconto di quanto sia difficile vestire tutti quei sorrisi.
Le confesso di aver desiderato non desiderare, di non aver voluto più la voglia di volere. Mi pento al suo capezzale per non aver detto abbastanza del bene che c’è dentro. Che ci provo adesso. Le rinnovo l’eterna promessa di effondere affetto, emozione, calore, sino all’ultimo respiro. E di lasciarmi andare nel buio, dove la ragione non ha diritti.
Condivido con Lei le parole che la voce fatica ad esprimere ed il pudore impone di tacere.
Le dico delle notti in cui il sangue ribolle come magma e mi disseto a sorgenti di opale e miele, che al risveglio il sole splende senza vergogna.
Le dichiaro gli amori segreti, quelli nascosti dentro ad un cuore acciaccato, vissuti nella semplicità di attimi rubati agli sguardi incassati tra i confini dell’educazione sentimentale.
Già, perché Lei lo sa, l’amore per me sta nel dettaglio dell’anima. Un valore universale che prescinde da ogni controllo.
La vera sfida è donare se stessi nella misura di un tempo indefinito.
Ha poca importanza quale sia il legame. Ci sono incontri, percorsi, sensazioni da esplorare, vivere con il costante rischio di perdere, ma vale la pena esserci. E forse, la mia pagina bianca, sa che avevo un po’ perso il senso di quanto sia essenziale provare qualcosa. Come il piacere sottile nel sorprendersi ancora a sorridere inerme. L’eleganza che sta nella carezza di una parola. O magari, capire che la sostanza di -me- è molto meglio di un’immagine distorta e costruita.
Mi concedo a Lei, così, togliendo i veli. Mischiando sangue e saliva alle righe che poco a poco si riempiono di umori inconfessati e umidi pensieri.
La guardo con gli occhi lucidi di orgoglio mentre le sussurro che scrivere non fa più male; che Lui e la Poesia non se ne sono mai andati; che il mare mi tiene per mano; che mi preoccupo sempre troppo di chi mi fa sentire a casa; che voglio essere il porto sicuro per quelle persone che hanno l’onestà ed il coraggio di presentarsi senza maschere accogliendo la mia  -essenza-.
Non è mai abbastanza, non sono mai abbastanza, IO, per tutto quello che la mente riesce a catturare, per ogni istante che i sensi posso percepire. Non è mai colmo quel vaso e quindi cammino verso non so quale direzione alla ricerca di una fonte segreta a cui dissetarmi, passo dopo passo oltre i limiti, arranco, ingoio fiele, assorbo la fatica della disillusione. E sfocio ramificata come delta di un fiume stanco.
Penso molto, proprio come quando ho iniziato il dialogo con la mia silente amica. Sviscerare, centrifugare, toccare, annusare e mordere i pensieri mi appartiene. Solo lei sa quanto abbia sentito nelle vene il dannato senso di appartenenza. Nutrimento vitale, sì, anche nella frustrazione più scura, mi fa sentire viva e appagata.
Nella pagina bianca scrivo parole trasparenti, incise tra gli spazi taciuti dove l’occhio attento di chi legge trova il mistero di una persona, banalmente convenzionale, come tante sopraffatta dal desiderio ed il bisogno di conoscere la follia dell’esistenza ed esiste grazie alla follia”

Parole bianche
testamento della follia
come bambini mai nati
cresciuti sulle nuvole dell’Eden

Simona Scudeller

lupa

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